Riforma della crisi di impresa e dell’insolvenza: approvata la legge delega

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ABSTRACT: L’11 ottobre 2017 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega per la riforma della disciplina della crisi di impresa e dell’insolvenza. Si tratta di una svolta epocale poiché viene riscritta la materia relativa alle procedure concorsuali, includendo in un unico contesto la materia della crisi di impresa e adeguandola alla normativa comunitaria. Con la nuova legge delega, oltre ad essere eliminata la dicitura “fallimento” per essere sostituita con la diversa procedura di “liquidazione giudiziale”, sono introdotte procedure di allerta per l’emersione anticipata della crisi di impresa e il raggiungimento di una sua soluzione concordata con i creditori.  Sono stati anche ritoccati gli strumenti preventivi di composizione della crisi d’impresa già presenti nel nostro ordinamento.

 

1.    DAL FALLIMENTO ALLA LIQUIDAZIONE GIUDIZIALE

Il disegno di legge approvato dal Senato l’11 ottobre 2017 segna uno passo epocale, innanzitutto per quanto concerne la crisi di impresa e dell’insolvenza in senso generale.

Ill primo, e più evidente, segno di un tale passaggio è rappresentato dall’avvenuta eliminazione dell’espressione “fallimento” dall’ambito delle procedure finalizzate alla risoluzione della crisi di impresa.

La nuova procedura introdotta per effetto dell’approvato disegno di legge, su cui ovviamente interverranno i futuri decreti attuativi del Governo, si chiamerà “procedura di Liquidazione giudiziale” e in essa saranno notevolmente potenziati i poteri del curatore.

Il Legislatore, con l’innovazione in discorso, si è posto in un senso di continuità rispetto al passato. Già in precedenza le riforme apportate alla Legge Fallimentare negli anni 2005 e 2006 avevano introdotto un nuovo modo di concepire la liquidazione fallimentare, non più ispirata da una finalità prettamente disgregatrice dell’impresa dichiarata fallita, quanto piuttosto diretta ad assicurare la massima valorizzazione dei suoi elementi fondamentali e produttivi.

Per effetto di tali riforme, infatti, la fase della liquidazione fallimentare è stata disciplinata nell’ottica del c.d. “going concern”, vale a dire il principio del necessario mantenimento della continuità aziendale dell’impresa in crisi.

Ne sono un esempio le modifiche apportate attraverso l’introduzione dell’art. 105 L.F. (“vendita dell’azienda, di suoi rami, di beni e rapporti in blocco”) che al I comma recita espressamente “La liquidazione dei singoli beni ai sensi degli articoli seguenti del presente Capo è disposta quando risulta prevedibile che la vendita dell’intero complesso aziendale, di beni o rapporti giuridici individuabili in blocco non consenta una maggiore soddisfazione dei creditori”.
Da un tale principio consegue che il curatore fallimentare ha oggi il dovere, per prima cosa, di valutare la possibilità di riposizionare sul mercato l’intera azienda e di verificare la possibilità di un acquisto della stessa da parte di terzi intenzionati a continuarne il relativo esercizio.
La vendita dei singoli beni – che prima rappresentava la prassi di una liquidazione fallimentare di chiara natura disgregatrice – è quindi divenuta un’ipotesi solo residuale e alla quale il curatore può ricorrere solo in un secondo momento e quando essa si riveli l’unica possibilità per acquisire l’attivo fallimentare occorrente per il pagamento del ceto creditorio.
Si è trattato di sanare quell’evidente dicotomia che esisteva tra la c.d. “liquidazione volontaria” delle imprese in crisi – che la riforma del diritto societario intervenuta nell’anno 2003 aveva già ridisegnato nell’ottica della continuità aziendale e della migliore valorizzazione degli elementi produttivi dell’azienda – e la liquidazione c.d. “concorsuale” che, invece, fino al 2005 era ancora ispirata da una logica disgregatrice, secondo l’ancestrale e anacronistico principio in base al quale la liquidazione doveva consistere nel dismettere il prima possibile il patrimonio aziendale al fine di soddisfare i creditori.
Questo è stato il fine delle modifiche apportate alla Legge fallimentare con le riforme degli anni 2005 e 2006 e segnatamente: il D.L. 14 marzo 2005, n. 35, noto come “Decreto competitività” (Disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale) convertito nella Legge 14 maggio 2005, n. 80, il D.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 “Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali” entrato in vigore il 16 luglio 2006, il quale ha completamente modificato la maggior parte dei precedenti articoli della legge fallimentare del 1942.
La rinnovata fase della liquidazione concorsuale è quindi divenuta l’elemento centrale della procedura fallimentare e, nel suo ambito, è stata completamente ridisegnata la distribuzione di compiti e responsabilità tra i vari organi procedurali, depotenziando i poteri di intervento del giudice delegato e del Tribunale fallimentare e potenziando invece il ruolo del curatore e del comitato dei creditori.
Pertanto appariva anacronistico continuare a chiamare “fallimento” una procedura concorsuale che invece, gradualmente ma sempre più marcatamente, era venuta ad ispirarsi al principio del mantenimento della continuità aziendale e della conservazione degli elementi vitali dell’azienda.
Eppure sino ad oggi è stata proprio l’espressione “fallimento” ad intimorire gli imprenditori in crisi. Questi ultimi stentano ancora oggi a chiedere l’ausilio dell’Autorità Giudiziaria – ad esempio attivando le procedure di concordato preventivo – e quindi a portare i libri societari in Tribunale, in quanto temono che la situazione possa degenerare e che il Tribunale possa, ricorrendone i presupposti, dichiarare il fallimento dell’impresa e farla entrare in una liquidazione concorsuale che anacronisticamente continuano a percepire come disgregatrice.
Ne consegue che il disegno di legge delega approvato l’11 ottobre 2017 si pone in un senso di coerenza rispetto alle riforme del passato e, al fine di ultimare un percorso già intrapreso, ha bandito la denominazione “fallimento” attribuendo alle procedure di liquidazione concorsuale la diversa terminologia di “Liquidazione giudiziale”.
Nelle nuove procedure di “liquidazione giudiziale” avrà un ruolo fondamentale il Curatore, probabilmente più vincolato dal punto di vista delle incompatibilità, ma anche decisamente più autonomo con riguardo all’aspetto operativo (si pensi al nuovo ruolo di promotore delle azioni giudiziali di competenza di soci e creditori).
Anche da questo punto di vista la legge delega si pone in perfetta sintonia con il passato. Infatti, le riforme che nel 2005 e nel 2006 avevano non solo ridisegnato nel senso sopra detto l’intera fase della liquidazione fallimentare, ma avevano anche notevolmente potenziato il ruolo e i conseguenti compiti del curatore, trasformando quest’ultimo in un vero e proprio amministratore e quindi gestore del patrimonio aziendale.
Il curatore, proprio per effetto delle predette leggi di riforma, aveva già perso il proprio ruolo di statico amministratore di un patrimonio da liquidare per il soddisfacimento del ceto creditorio, divenendone invece gestore ed essendo chiamato ad assumere scelte e iniziative finalizzate a salvaguardare il patrimonio del debitore dal rischio di un suo deprezzamento.
Al curatore è stato attribuito, quindi, il chiaro compito di individuare la scelta “più vantaggiosa” ai fini della salvaguardia del valore produttivo dell’azienda, collimando tale esigenza con il diritto dei creditori a ricevere nella fase della liquidazione concorsuale il maggior soddisfacimento possibile del loro credito.
Le predette leggi di riforma, depotenziando i poteri di intervento del giudice delegato e del Tribunale fallimentare nella fase della liquidazione, hanno attribuito al curatore nuovi compiti (in primis la predisposizione del c.d. programma di liquidazione) e nuove responsabilità.
Nell’adempimento dei suoi doveri il curatore, durante la fase della liquidazione concorsuale, opera in continuo confronto con il comitato dei creditori, chiamato a svolgere un ruolo di controllo sull’operato del curatore nella fase liquidatoria e ad assumere con lui quelle scelte “maggiormente vantaggiose” per la valorizzazione del patrimonio a beneficio della massa dei creditori.
Appare allora evidente che – una volta sostituta la denominazione “fallimento” con la nuova denominazione di “Liquidazione giudiziale” (diretta a valorizzare tale aspetto della nuova procedura) – per il Legislatore è stato quasi un passaggio obbligato prevedere un potenziamento dell’autonomia e dei poteri del curatore nello svolgimento del suo ruolo di gestione del patrimonio del debitore. Parimenti, in considerazione della maggiore autonomia e dei maggiori poteri attribuiti al curatore, attraverso i decreti attuativi che il Governo dovrà emanare alla stregua dell’approvato disegno di legge–delega dovranno anche essere completamente riviste le sue responsabilità civili e penali nella gestione del patrimonio aziendale e nell’espletamento del suo ufficio.
In conclusione, si ritiene che nel caso in cui la procedura finalizzata ad accertare la sussistenza di una situazione di crisi si dovesse ultimare – in difetto della sussistenza dei presupposti per accedere ad una soluzione concordata della crisi – con l’apertura delle nuove procedure di “liquidazione giudiziale”, le stesse si presenteranno (per come concepite dal Legislatore della riforma) alquanto più celeri ed efficaci rispetto al passato, pur nel rispetto del principio di necessario mantenimento della continuità aziendale.
In sostanza può dirsi che celerità, efficienza e continuità sono i punti chiave della “riforma della disciplina della crisi d’impresa e dell’insolvenza” oggetto della nuova legge delega, che ha inteso riconsiderare l’intera materia ponendosi in linea con la vigente normativa comunitaria.
In tale ottica si pone anche la nuova disciplina della procedura finalizzata all’accertamento dello stato di crisi, eventualmente prodromico all’apertura della procedura di Liquidazione giudiziale.
A tal fine con la “riforma della disciplina della crisi d’impresa e dell’insolvenza” è stata prevista l’unicità del rito applicabile per l’accertamento dello stato di crisi e di quello d’insolvenza, individuando il Tribunale competente alla stregua delle dimensioni e della tipologia delle procedure concorsuali.
Si è trattato di una scelta alquanto razionale, visto e considerato che negli ultimi anni l’incessante proliferare di interventi legislativi, finalizzati a rivisitare, di volta in volta, gli strumenti di composizione della crisi, aveva generato una moltitudine di riti applicabili e, anche per gli operatori del diritto, molteplici incertezze e dubbi interpretativi.
Sul fronte dell’insolvenza appare sicuramente degna di nota, nell’ambito dell’approvato disegno di legge, la previsione di “assoggettare al procedimento di accertamento dello stato di crisi o di insolvenza ogni categoria di debitore, sia esso persona fisica o giuridica, ente collettivo, consumatore, professionista o imprenditore esercente un’attività commerciale, agricola o artigianale, con esclusione dei soli enti pubblici, disciplinando distintamente i diversi esiti possibili, con riguardo all’apertura di procedure di regolazione concordata o coattiva, conservativa o liquidatoria, tenendo conto delle relative peculiarità soggettive e oggettive e in particolare assimilando il trattamento dell’imprenditore che dimostri di rivestire un profilo dimensionale inferiore a parametri predeterminati, ai sensi dell’articolo 1 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, a quello riservato a debitori civili, professionisti e consumatori, di cui all’articolo 9 della presente legge” (cfr. art. 2 del Disegno di legge delega approvato).
In buona sostanza il Legislatore, oltre a prendere in considerazione la crisi di impresa, ha voluto occuparsi anche della difficile situazione di tutti coloro che sino ad oggi, pur trovandosi in una situazione di crisi economica o addirittura di vera e propria insolvenza, non possedevano tuttavia – in quanto non imprenditori o comunque non imprenditori commerciali – i requisiti previsti dall’art. 1 della Legge Fallimentare e necessari per accedere a tutti gli strumenti di composizione della crisi contemplati dalla medesima legge (concordato preventivo o accordi di ristrutturazione) e quindi non potevano beneficiare della c.d. “esdebitazione” conseguente al ricorso a tali procedure.
Pertanto anche tali soggetti, esclusi gli enti pubblici, potranno con gli opportuni adattamenti fissati nei successivi decreti attuativi che saranno emessi dal Governo avvantaggiarsi delle innovazioni introdotte con l’approvato disegno di legge delega.
Parimenti razionale si rivela la scelta del Legislatore di introdurre nuovi criteri di individuazione della competenza territoriale, attribuita all’autorità giudiziaria competente per territorio in base alla nozione di “centro degli interessi principali del debitore” e secondo le dimensioni e la tipologia delle procedure concorsuali, poiché tale soluzione consentirà di non gravare Tribunali di piccole o medie dimensioni di procedure eccessivamente gravose e di complessa gestione.

 

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